martedì 22 luglio 2008

Gruppo del Fare

I questo gruppo si sono ritrovati Emanuela Giovannelli, Michele Gianni, Lucilla Monaco, Gualtiero Mancini, Ubaldo Gaggioli, Michele Romani, Ermanno Cavallini, Alessandra Ferri, ed il sottoscritto Gabriele Darpetti.
Le cose principali dette durante la discussione del gruppo sono state:
Ermanno Cavallini – oltre a fare il falegname nel settore della cantieristica navale, ho delle competenze aeronautiche, ed ho presentato un progetto per la valorizzazione dell’aeroporto di Fano, con annesso parco, in chiave turistica.
Gualtiero Mancini – il gruppo deve avere una visione sociale ma anche politica, proponendo dei temi da affrontare in convegni di approfondimento ed a cui invitare tutte le altre associazioni e movimenti interessati al tema, per promuovere lo spirito di rete. Io personalmente ho collaborato alla proiezione del film “Zero” di Giulietto Chiesa a Fano, e mi sono mosso in questa ottica.
Lucilla Monaco – occorre mettere a punto un piano di attacco: ad esempio si va nelle scuole, si va presso altre associazioni, a proporre temi in cui tutti possano concretamente fare qualcosa o tutti possano dare il loro contributo. Se si parla di pulizia di un luogo degradato, ad esempio, si va tutti insieme concretamente a pulirlo. Io, inoltre, mi occupo anche di teatro, e anche questo potrebbe essere uno strumento utile a coinvolgere le persone.
Michele Romani – Io preferirei individuare alcune problematiche in cui l’Amministrazione di Fano sta sbagliando e su quelle fare delle battaglie concrete, coinvolgendo tutti coloro che oggi sono sparsi, ma la pensano allo stesso modo.
Gualtiero Mancini – per essere più efficaci nella nostra azione, dovremo però diventare una associazione che abbia una sua visibilità e riconoscibilità. Solo così potremmo essere attrattivi ed avere possibilità di interloquire con altri soggetti.
Ubaldo Gaggioli – sono d’accordo con Michele Romani sulla necessità di creare un coordinamento, e di darci una identità precisa. Dovremmo inoltre puntare a coinvolgere le numerose associazioni di volontariato, che fanno tante bellissime cose, perché occorre tradurre i nostri sforzi in un movimento unitario.
Lucilla – Occorre innanzitutto ricreare il senso civico, la responsabilità collettiva sulle cose.
Michele Gianni – Le circoscrizioni di Fano, non hanno svolto efficacemente il loro ruolo, perché non si sono opposte, coinvolgendo adeguatamente i cittadini, alle “brutture” che stanno avanzando. Un esempio sono i 30 appartamenti che verranno costruiti a Fano2 nell’area verde. Nel PRG ci sono cose eclatanti, ed i cittadini di quei territori che vengono massacrati non hanno voce. Anche se la maggioranza delle persone è contraria, queste persone non hanno rappresentanza, non hanno nessuno che da voce alle loro proteste. Allora noi dobbiamo dare voce alle ingiustizie, coinvolgendo tutto l’associazionismo impegnato per fare massa critica.
Alessandra Ferri – unire tutte le associazioni è abbastanza difficile. Per fare qualcosa insieme è importante conoscersi e riconoscersi in obiettivi comuni. Non serve fare un’altra associazione, ripartiamo dalle cose concrete, individuiamo un luogo permanente in cui incontraci a discutere ma anche a decidere quali azioni fare come immediata conseguenza.
E’ bella per esempio l’idea dell’oratorio di San Cristoforo, che portava come esempio Ubaldo, perché è un luogo fisico, dove ci si può ritrovare per fare tante cose, anche piacevoli e distensive, da cui ripartire per fare delle azioni concrete. A Fano altri luoghi potrebbero essere Casa Archilei, Montegiove, ed altri.
E’ importante, inoltre, programmare anche delle azioni educative verso i giovani ed i bambini.
Emanuela Giovannelli – abbiamo idee abbastanza convergenti su molte cose, ma una volta che le abbiamo meglio definite, dobbiamo decidere come “far valere” queste cose. In sintesi dobbiamo valutare come portare i problemi, e le soluzioni che noi proponiamo, nelle sedi Istituzionali competenti a risolverli. Occorre fermare concretamente le cose sbagliate con azioni politicamente incisive, altrimenti mentre noi parliamo gli altri le faranno ugualmente. Occorre essere presenti dove si può incidere, questo secondo me è un tema su cui discutere.
Gualtiero Mancini – individuiamo dei temi da proporre ad approfondimenti e poi a delle azioni di contrasto a tutte le altre associazioni.
Lucilla Monaco – io vorrei che partissimo dalle cose in cui possiamo tutti noi dare esempi concreti di reazione pratica.
Alessandra Ferri – le azioni concrete sono anche quelle che aiutano a costruire il gruppo.
Io, Gabriele Darpetti, ero l’ultimo, ed essendo il tempo di discussione ormai finito, sono riuscito solo ad accennare i temi che avrei voluto trattare: io penso che la democrazia sia in pericolo, si stanno restringendo gli spazi di partecipazione civile alla cosa pubblica, c’è mancanza di informazione e trasparenza, elementi necessari per partecipare, si va verso una sorta di pensiero unico che il bi-partitismo alimenta, tutti accettano passivamente la logica del “voto utile” che è il contrario della democrazia. Occorre fare qualcosa, ed occorre farlo con comportamenti diversi e più coerenti rispetto a quello che abbiamo fatto sino ad oggi. Ma noi siamo d’accodo sugli obiettivi di fondo?, siamo d’accordo con i metodi da seguire, siamo d’accordo sulle priorità? (alcune di queste cose le aveva già dette in rete anche Pia Miccoli). A me pare che questi temi di fondo non li abbiamo affrontati, e sarebbe opportuno farlo il prima possibile.

Rapporto immigrati-istituzioni

Inquadramento del rapporto immigrati-istituzioni
Prime note

Nell’intento di contribuire alla realizzazione di un secondo appuntamento seminariale organizzato da Laboratorio Marche e dall’Assemblea Legislativa delle Marche, intendo precisare che il contributo risentirà, nel bene e nel male della mia impostazione. Ho lavorato in qualità di responsabile della commissione migranti di PRC, e attivista fra i fondatori della Rete Migranti “Diritti Ora!”negli ultimi 5 anni.
I passi da cui si muove lo studio presentato a Pesaro evidenziano la necessità di un rapporto accurato e continuativo con gli agenti, mondo della formazione, Terzo settore, mondo del lavoro, pubblica amministrazione. Mi trovo d’accordo perché è più che mai tempo che vengano superate le visioni, e di conseguenza le azioni, assistenziali che tendono a mantenere gli immigrati in un mondo a parte, che non spaventi noi e non metta loro troppi grilli in testa.
Senza dilungarci su termini quali “inclusione”, “modello anglosassone”, “modello francese”, “multiculturalità”, il punto oggi è questo: siamo di fronte a fenomeni strutturali, e dobbiamo affrontarli come tali. L’immigrazione cambia la vita a chi viaggia, ed a chi è visitato. Per conoscere i rapporti fra immigrati e Regione Marche è necessario chiedere informazioni sia ai nuovi cittadini che ai vecchi, tanto le loro vite sono ormai cambiate. Rivolgere la necessità di sicurezza, ovvia, verso vie d’uscita durature, nelle quali si trovi la più alta soddisfazione per la maggior parte delle persone. Altrimenti si rischia di andare incontro ad errori imperdonabili: siamo già in presenza di operatori sindacali, del terzo settore, amministratori circoscrizionali e di sportelli del lavoro che colgono appieno la necessità di fare incontrare le esigenze delle nuove generazioni, e dei migranti, col mercato delle opportunità, e di contro registriamo comunità e gruppi di migranti che preferiscono inserirsi nelle nicchie della società ed accettarne le peggiori forme, senza chiedere democrazia e partecipazione.
Procediamo con alcuni esempi: leggendo le pagine del Corriere Adriatico di oggi, 11 luglio 2008, pagina di Ancona, si nota la contrapposizione del titolo con il testo dell’articolo. All’allarmismo di <<>>, riferito ai residenti del Piano, quartiere popolare di Ancona, segue una serie di interviste che evidenziano l’ingresso dei migranti nelle strutture lavorative, conservandone il tenore prevalentemente mercantile, denunciano la scarsità di poliziotti rispetto al numero di turbolenze, ma poi descrivono gli stessi come portato di una economia con pochi sbocchi lavorativi e necessità di strutture d’aggregazione e discussione dei problemi, tal e quale come avviene per gli italiani di origine. Il Piano ha 3038 stranieri residenti, , che sono il 12,5% di tutti, ed il 45% di quelli che risiedono in città , a rappresentanza di 62 etnie. Assumendo le caratteristiche dell’inchiesta, gli altri articoli narrano le presenze a scuola, i desideri dei genitori, simili a quanto raccolto negli studi sulle seconde generazioni ( vedi studi dell’Università Politecnica delle Marche) ed infine gli sforzi degli amministratori di circoscrizione, considerati da più parti attivi ed efficaci.
Abbiamo così individuato alcuni dei soggetti da includere, da far parlare, nel nostro lavoro: gli italiani che più percepiscono il fenomeno, amministratori, negozianti, vigili urbani, insegnanti soprattutto inferiori, sindacalisti, operatori di sportello, articolati fra chi convive con i migranti tutto il giorno e chi li affronta come operatore. I soggetti, così considerati osservatori privilegiati, saranno i più utili a dare suggerimenti e, oltre a raccogliere dati, hanno dalla loro la passione, la motivazione a lavorare per un trattamento più equo. La motivazione prima è, secondo me, non tanto l’adesione ideologica ad una politica d’inclusione, quanto la constatazione che la reciproca sicurezza e il non spaesamento, sono la base della convivenza condivisa e progettata assieme. E’ derivata da una più larga ricognizione anche la spinta ad implementare i provvedimenti presi dalle varie amministrazioni: la provincia di Ancona si prepara a gestire dei bandi (docup) sulla formazione migrante, le cui linee guida, preparate dalla regione, rischiano di non essere congruenti, cioè chiedono dei limiti e delle caratteristiche dell’utente che sono inutili se non dannose. Questo avviene spesso, e non è un buon incentivo alla buona amministrazione la dispersione di denaro pubblico. Alcuni incontri conoscitivi chiesti dalle associazioni dei migranti individuano queste disfunzioni, ma non hanno titolarità per intervenire, ovviamente. Le comunità migranti, costruite su base di nazionalità, mancano di una presenza utilizzabile all’interno delle istituzioni, che peraltro prevedono un loro ruolo consultivo.
Non è però nostro compito, se vogliamo indirizzare degli studi statistici e rafforzare le istituzioni, fare di tutto: alcuni suggerimenti possono venire, ma se le istituzioni vengono vissute come foriere solo di finanziamenti a pioggia e non di partecipazione, le colpe vanno divise a metà. Poi, chi vuole da entrambe le parti più coinvolgimento, deve fare delle proposte, anzi le deve fare da una parte comune, interetnica. Imprenditoria migrante, diversa da quella che viene concessa, se possibile progettata: la autocostruzione proposta come fonte di sicurezza non sarebbe un cavallo di troia nel flagello delle morti per lavoro, e del lavoro senza programmazione come edilizia ed infrastrutture?
E di conseguenza sarebbe uno strumento di governo del territorio: prevenzione della paura attraverso la conoscenza dei vicini di casa, e corrresponsabilizzazione degli attori che vanno ad occupare il territorio.
Spostandoci dal terreno della formazione a quello dei servizi, altrettanto basilare per il soddisfacimento delle reciproche esigenze di avvaloramento sulla zona, una figura che tutto comprende e nulla risolve così com’è concepita è quella del mediatore. Il mediatore, culturale, linguistico, sanitario, non ha una declaratoria nazionale né regionale. Figura di informazione, democrazia, assolve compiti di aiuto al vigile urbano, all’infermiere, al volontario generico ed al socio lavoratore di tante cooperative di servizi che, propriamente e impropriamente, puntellano quando non interpretano al meglio le nostre aspettative distato sociale. Ma senza albi regionali, provinciali, o piuttosto un melange di tutto ciò, i mediatori sono terreno di scorribande di formatori, veri e sedicenti, e sono la figura professionale e le implicazioni formative a prendere il posto del servizio che si deve assolvere.
Sarebbe interessante, mentre i ministeri si stanno interessando con le regioni a dare degli status a questa figura, conoscere chi e per cosa è utilizzata nelle Marche, chiedendolo all’ASUR, alla Regione, alla Azienda Sanitaria Regionale, alla medicina del lavoro, al servizio di epidemiologia, che molto si è impegnato a regolamentare ed a costruire un ponte fra assessorati.
L’immigrato è figura alle volte di attore ed alle volte di pubblico, o utente, negli interventi di promozione dell’agio e riduzione del disagio. Interesserebbe non poco stabilire con criteri statistici quanti musicisti fanno e quanti godono delle varie forme di musicoterapia, di animazione (Hotel House, associazione di Petriano, musica e terapia con Maurizio carbone a Mcerata). L’emersione della musica non regolarmente retribuita sarebbe interessante anche per il cammino della legge sulla musica non colta nelle Marche, senza volerla risolvere oggi. Il punto è pensare gli immigrati come protagonisti non solo di attività ripetitive e marginali, ma propositori, il che li affrancherebbe non poco dallo spoliamento.



Ancona, 15 luglio 2008

Marcello Pesarini

Considerazioni su Integrazione e inclusione

Riprendo a rispondere da quest'intervento, sul cui linguaggio mi ritrovo. Sono Marcello Pesarini, ho partecipato all'incontro di Montegiove ma non al secondo. Ormai sono anconetano, e se appartengo al giro che ha organizzato il primo incontro, ciò è solo perchè ho vissuto 35 anni a Pesaro, e lavoro con Michele. Ma le distanze sono distanti. Propongo perciò, seguendo il modus di Roberto Amici, di costruire un "camera di consultazione" fra noi anconetani e maceratesi, come Gabriele, Sergio Labate, alcune ragazze di Fabriano, io e Nicoletta di Ancona, ancora Emanuela di Fabriano, etc. Poichè le cose di cui mi interesso maggiormente, sociale, migranti, carceri, sono ancora molto ad appannaggio degli addetti ai lavori, ed almeno a livello informativo devono uscire dall'approssimatezza, vi giro con molta immodestia un mio ragionamento che proporrò ad alcune figure della Regione, dove lavoro, per dare loro un contributo critico su come impostare seminari sull'integrazione ed inclusione. Il primo si è proprio svolto a Pesaro, nel quasi vuoto di presenze, visto l'orario, 9 di mattina di mercoledì. Le osservazioni che qui estendo sono rivolte a chi vuole costruire i seminari a seguire, ma poichè i limiti che tutti abbiamo spesso si toccano, potrebbero essere utili anche per noi"dal basso". Amici e compagni sotto al Cesano che ci siamo visti il 25 maggio, se ne può parlare fra di noi?
Marcello

mercoledì 16 luglio 2008

Elezioni 2009

Egregio compagno,i valori dell'antifascismo, della memoria della resistenza sono pienamente condivisibili.Vorrei soffermarmi però su una riflessione.Quando mio padre, contadino, aveva una pianta malata che non portava buoni frutti, non continuava a concimarla aspettando che guarisse perché, dandogli forza, sarebbe cresciuta anche la parte malata.Il rimedio era quello di separare la parte buona da quella malata.Oggi, dal basso, con fatica, stiamo cercando di dare forza a quella parte buona della sinistra, ma se non separiamo nettamente le due parti, finiremo con alimentare anche quella malata.Nelle prossime amministrative di Fano R.C., inglobata nella Sinistra Unita potrebbe essere alleata del PD.Bene comune al contrario, con coraggio e non incoscienza, come qualcuno ha detto, si e' separato.Dal basso resto con i piedi per terra, ma se abbiamo preso atto che serve un taglio netto da un certo modo di far politica, auspicherei ad una alleanza di RC., Verdi, Sinistra Democratica, Comunisti italiani con Bene Comune e perché no con IDV.Per concludere, egr. compagno se dobbiamo usare i valori dell'antinazismo e della resistenza dei ns. nonni partigiani per far crescere la parte malata, preferisco stare con la parte sana di Bene Comune che, stando al numero di tesserati che sta avendo, credo stia proprio mettendo buone radici.Se dunque, come propone vogliamo fare una sorta di apertura anticipata della campagna elettorale delleamministrative 2009 io non sarò Vs. complice nel dare ancora una volta forza a quella parte malata da cui cerchiamo di staccarci.Con affetto,Ubaldo Gaggioli

Democrazia e movimenti

Che la democrazia fosse in pericolo lo si sapeva da lungo tempo. Per esempioda quando nel 1994 si introdusse per referendum il sistema maggioritario,cioè proporzionale con premio di maggioranza alla Camera e Collegiouninominale al Senato.Era una legge che si ispirava quasi in tutto a un'altra del 1923, scrittadall'allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Giacomo Acerbo,la quale assicurò la prima vera legittimazione elettorale al partitofascista. Contro una legge quasi uguale, non a caso definita "truffa", inostri nonni e padri scesero in piazza negli anni 1952-'53.L'aver accettato, e garantito per buona, una legge del genere conargomentazioni pretestuose è stata una spallata alla democrazia che molti dinoi a quel tempo legittimarono senza discutere, senza capire che avrebberoperso quel minimo di controllo dal basso che avevano, solo perchéappartenenti a certi partiti politici.Io credo invece che a noi in tutti questi anni ci sia andato benenasconderci sotto il comodo velo delle bandiere di appartenenza, perché,tutto sommato, essere la sesta o quinta o settima potenza dell'occidente cipiaceva: avevamo tutti, più o meno, un lavoro, una casa, un'auto o due, levacanze in baita o ai tropici. Chi ce lo faceva fare di sbatterci per un po'di giustizia sociale in più? Senza muovere paglia abbiamo lasciato cheTrentin firmasse gli accordi del luglio '93: potere d'acquisto di salari estipendi in cambio di nulla, disinvestimenti in scuola pensioni e sanità,grandi privatizzazioni fasulle, le prime delocalizzazioni e i primilicenziamenti. Nemmeno una lira in innovazione e ricerca tecnologica,secondo la storica logica del nostro capitalismo, giustamente definito"straccione" dal sosia di Palmiro Ucchielli nel 1921. Non sono d'accordo conDarpetti (non su tutto, almeno), meno che mai sulla citazione di Langer. Manon è qui la sede per l'argomento. Dico solo che non penso che ripeterebbepari pari quelle argomentazioni se fosse vivo. Oggi. In ogni modo anche io, nel discutere, preferisco guardare il miointerlocutore negli occhi, osservare i suoi gesti, i suoi tic, analizzare lascelta dei termini, la loro periodicità, il tono di voce, lo sguardo, lamimica facciale.Quanto alla scuola e all'educazione, che a me piace senza specificazioni,basterebbe esaminare il comportamento della maggior parte di noi. Vi sieteaccorti che domenica scorsa, alle 9.30, ora d'inizio dei lavoripreannunciata con ragionevole anticipo, i presenti (residenti esclusi) sicontavano sulle dita di una mano? Che si è cominciato a lavorare alle 10.30?Che c'è stato chi è arrivato alle 11 e se n'è andato poco dopo le 15 dopoaver preso parte al picnic?E ora siamo a Pasqua di domenica. Il PRC con tre partitini alla sua sinistrae 5 (cinque) mozioni interne, i DS evaporati, decine e decine di movimentiche sorgono dal nulla e si agitano per fare qualcosa, alla maniera dei tonninella tonnara.Cosa si può fare? Poco. Ma quel minimo lavoro deve essere condotto con lamassima serietà, cioè con il rispetto dovuto a se stessi e agli altri.Secondo me la soluzione potrebbe essere questa: ogni gruppo stia nella suarealtà, cercando di lavorare con il più ampio numero di soggetti politiciaffini, qui e subito, restando peraltro in rete con altri gruppi pereventuali scambi di esperienze e competenze.Per finire. Io ho percorso con tormento e sofferenza tutto lo spazio asinistra dai '70 a oggi. So per esperienza che il 90% dei gruppi spontaneicome MDB parte a razzo ma si ritrova sfiatato dopo un percorso relativamentebreve, per scomparire quasi subito, come una goccia d'acqua su una pietrarovente. Non voglio che mi succeda così anche questa volta. Perciò dicosubito che toglierò il disturbo molto sollecitamente se vedrò confermato infuturo quel che è successo domenica 6 a Sant'Anna del Furlo.A tutti con amicizia.Peppe Scherpiani

Riflessioni

Cari amici del Movimento Dal Basso (MDB)

Domenica all’incontro, ho svolto la funzione di segretario verbalizzante di uno dei gruppi di lavoro, e quindi, trasmetto il mio compitino (All.1 – MDB gruppo del fare).
Ma vorrei fare anche alcune considerazioni. Credo sia opportuno farlo, e credo che insieme a me lo debbano fare anche altri, per provare a ragionare sul futuro di questo neo-nato movimento (il Movimento Dal Basso, appunto).

Dopo il primo incontro di Montegiove, non avevo scritto niente via e-mail (avevo scritto sul tema dei comportamenti solo nella fase preparatoria animata da Michele), perché ritenevo (e ritengo tuttora) abbastanza arido discutere via computer.
In politica, ma anche in senso lato nella partecipazione civile a qualsiasi attività, quando discuto ho bisogno di guardare i miei interlocutori, ascoltare i loro interventi, capire l’enfasi e l’intonazione di voce che mettono su alcuni temi, vedere il loro volto ed i loro gesti sottolineare alcune idee, capire cioè quanto ci mettono di loro stessi in ciò che dicono. E mi aspetterei che gli altri facessero altrettanto con me.
Incontrarsi, cioè, anche se non è sempre possibile, è molto più arricchente, e pertanto i pochi appuntamenti fisici che riusciamo ad organizzare dovrebbero essere un evento importante curato conseguentemente.
Invece mi sono trovato a constatare che “ci incontriamo per confrontarci, ma non abbiamo tempo per ascoltarci”.
Infatti abbiamo fatto un primo giro di idee in riunione plenaria con l’assillo del tempo, dicendo a tutti di essere sintetici. Poi ci siamo divisi in gruppi di lavoro con il problema del poco tempo chiedendo di essere brevi, senza dare la possibilità a tutti di fare un secondo giro, o di replicare ad alcune cose dette (solo alcuni più “intraprendenti” si prendono sempre il diritto di replica, a danno di tutti gli altri).
Poi nel pomeriggio siamo rimasti meno della metà, e così una buona parte non ha avuto il tempo di ascoltare ciò che avremmo dovuto dirci in quello spazio.

Io in particolare mi ero preparato a dire alcune cose, che non sono riuscito a dire.
Allora, per essere propositivo, credo che sia opportuno ragionare sulla possibilità che il lavoro di contenuti (quello cioè più corposo) venga fatto via e-mail, ossia scambiandoci idee in rete, e poi quando ci incontriamo utilizziamo il tempo per conoscerci e ragionare sul metodo di lavoro.
Infatti se ogni volta dobbiamo parlare al fine di conoscerci reciprocamente (perché il gruppo cambierà inevitabilmente ogni volta e dovremo ri-presentarci), poi dobbiamo parlare per discutere del metodo di lavoro, e poi dobbiamo parlare per discutere dei contenuti del nostro lavoro, non avendo abbastanza tempo per tutto, c’è un problema da risolvere.
Pertanto io penso che dovremo ragionare di contenuti in rete. A tale proposito comincio col dire che avrei impostato il mio intervento ragionando sul tema della democrazia che reputo sia in pericolo, sulla necessità di un risveglio etico e morale, ma soprattutto di comportamenti civici coerenti. E per non farla troppo lunga, siccome avevo previsto di prendere lo spunto da tre documenti (Il concetto del voto di opinione che rischia di scomparire con la democrazia, descritto in un intervento del giornalista Massimo Fini All.2; una mia riflessione sul tema della coerenza All.3; un articolo di Roberto Mancini sulla necessità di una campagna di educazione civica All.4, che io penso debba essere la pietra miliare del nostro lavoro), li allego per intero, così ognuno li legge da solo (se vuole) con tutta calma.

Riguardo agli obiettivi generali che ci proponiamo, non mi è del tutto chiaro, se abbiamo come orizzonte il consolidamento e la divulgazione di “nuovi stili di vita”, ovviamente a partire da noi, o se ci diamo come orizzonte la prospettiva di contribuire a “ricostruire la politica”, che francamente vedo molto, ma molto, deficitaria (specie nella città di Fano),
Perché in funzione di ciò, ovviamente, cambiamo le priorità (che era la domanda che avevo fatto in seduta plenaria). Gli obiettivi potrebbero anche essere perseguiti entrambi, e l’uno potrebbe anche essere propedeutico all’altro, ma la tempistica di realizzazione, e quindi la strategia, non è detto che coincidano.

Infine, un sassolino che mi devo togliere dalla scarpa. Il mio obiettivo è sicuramente contribuire a “ricostruire la politica”, ma non a “ricostruire la sinistra”, come qualcuno ha detto in riunione plenaria. Mi interessano gli orizzonti etici veri, ed i comportamenti conseguenti, ma le classificazioni “sinistra” o “non sinistra” credo che siano francamente da superare (a questo proposito allego un ultimo documento relativo ad un intervento di Alex Langer sul concetto di destra o sinistra All 5).
Scusate se sono stato troppo lungo, e se ho inviato troppa roba, ma è il frutto della contraddizione che ho descritto inizialmente: se non vogliamo ascoltarci (o se non abbiamo il tempo per farlo), dobbiamo avere almeno la pazienza di leggerci. Se c’è una terza via, qualcuno me la indichi.
Saluti cordiali a tutti. Gabriele Darpetti

martedì 15 luglio 2008

A proposito del fare

Ciao a tutti e tutte, qualunque cosa voi siate,vorrei precisare quel che intendo io circa gli obiettivi che questomovimento o ircocervo o gatto mammone deve darsi.Ci siamo trovati a Monte Giove a seguito della storica, clamorosa e forsedefinitiva implosione di una certa sinistra italiana.Quindi il primo e fondamentale obiettivo l'abbiamo individuato in unaricostruzione di un'idea di sinistra, nella quale fossero contenuti in viaprincipale i caratteri della novità e dell'intelligenza. Di qui è poidiscesa la necessità di ritessere la tela di una presenza organizzata nelleistituzioni e nella società-Per questo ci è sembrato giusto cominciare la cosa con la ricerca di unastrumentazione teorica, base indispensabile per qualsiasi praticasuccessiva. Cioè: per fare cosa? Ma anche: quanti siamo, che mezzi abbiamo adisposizione, che area possiamo coprire, chi possono essere i nostrieventuali alleati?Inoltre non teniamo sempre conto del fatto (è sempre una impressionesoltanto mia) che ci sono anche i nostri avversari, i vincitori attuali, chestanno programmando una loro agenda dei lavori, con la quale dovremomisurarci in assenza di nostre strutture politiche organizzate nelle sedipiù importanti della decisione. Io credo che uno dei nostri obiettiviprioritari dovrebbe essere quello di capire e prevedere le mosse di governoe maggioranza, per non farci trovare spiazzati quando essi sarannooperativi.Dobbiamo darci quindi delle scadenze. Si può operare con pazienza ma senzacullarci nella illusione del lungo periodo o del tempo storico. A propositodel quale il sommo economista John Maynard Keynes diceva: "C'è una solacertezza nel lungo periodo. Che quando finirà saremo morti tutti".Allora bisogna stabilire una gerarchia degli obiettivi, badando bene chefini e mezzi non si vadano a sovrapporsi in una confusione irrimediabile edefinitiva.Allora mi sembra corretto il nostro modo di procedere che fino a questomomento abbiamo seguito: analisi dei dati, individuazione degli obiettivi,metodo e, infine, mezzi.Ora abbiamo individuato dei campi di intervento. La prossima voltadetermineremo con più chiarezza il cosa fare all'interno di ognuno di essi.Nel frattempo dovremo continuare a scriverci e a meglio definire le nostreidee con la stessa passione che ci ha contraddistinti finora.A tutti con stima e affetto. Peppe