martedì 22 luglio 2008

Differenza tra destra e sinistra

Diceva Alex Langer a questo proposito che: “oggi tutto è terribilmente più complesso. E’ assai difficile stabilire cosa voglia dire essere di sinistra o di destra oggi, e distinguere la sinistra per le sue opere, e non solo per le sue parole.
Prendiamo ad esempio la politica estera e militare – diceva lui – dove notoriamente sinistra e destra si comportano in genere come il cacciatore ed il bracconiere: fanno le stesse cose, ma si distinguono per la qualificazione nominale di quel che fanno.
Prendiamo l’insistenza della sinistra per lo “sviluppo” industriale, la crescita del PIL, le privatizzazioni”.

Venendo a noi, pensiamo a tutti i discorsi sulla necessità di nuove grandi infrastrutture (strade, porti, aeroporti). Alle città che vogliono tutte nuovi porti turistici per yacht miliardari (si pensi a Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona), (quanti porti serviranno per attirare quanti miliardari e per il bene di chi?) o all’idea di costruire strade in Project Financing (vedi la Fano-Grosseto).

“La logica dei blocchi o di qua o di là – diceva ancora Langer – è sbagliata. Chi vuol sfuggire a questa polarizzazione forzata, sembra sempre che voglia fare il gioco di qualcun altro (dell’altro blocco, si direbbe). Ma così ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive”.

(Sono cosciente che “estrapolare una parte di un discorso” è una operazione discutibile. Fra l’altro Langer usava quelle parole per spiegare che i “verdi” non possono essere né di destra né di sinistra. Ma siccome le ho trovate molto simili ai miei attuali pensieri, le ho volute citare per dimostrare che la contrapposizione in schieramenti statici hanno sempre originato perplessità e problemi in tutte le epoche)

Gabriele Darpetti

Una campagna per l'educazione civica

Una campagna per l’educazione civica. È quello che in modo deciso, capillare, sistematico, scuola per scuola, territorio per territorio, servirebbe oggi al nostro Paese. Per seminare, in un arco di tempo ragionevole, la realtà di un’altra Italia.
Non di un’Italia di sinistra, di centro o di destra, ma di un’Italia dove la democrazia sia così genuina, pluralista e ospitale da tendere a farsi onnicrazia, secondo l’espressione profetica e gentile, quindi profondamente intelligente, di Aldo Capitini.
Non è forse vero che, quando ci chiediamo come mai un’altra economia stenti a maturare, quando vediamo il degrado della vita pubblica, quando molti si abbandonano a comportamenti antisociali, quando vorremmo debellare le mafie, giungiamo puntualmente ad affermare che sarebbe anzitutto necessaria una profonda opera di educazione civile? Eppure perché ci si limita a segnalare questa esigenza fondamentale e si resta sul terreno sterile dell’auspicio? Chi potrebbe dire che un’educazione civile e umana più adeguata in Italia sarebbe un fatto di poco conto, oppure qualcosa che non c’entra con le pratiche dell’altra economia?
Se davvero si desidera un cambiamento qualitativo, se non ci si rassegna al volto ottuso dell’Italia –quella che dà la caccia ai rom, agli stranieri, ai lavavetri e ai mendicanti, scacciati persino dalle vicinanze delle chiese di Assisi- si comprende che è possibile fare molto. Penso precisamente a una grande e diffusa campagna di opinione e d’azione per l’educazione civica. Una sorta di vaccinazione per la buona convivenza, di alfabetizzazione costituzionale, di coscientizzazione corale che comprenda il dialogo tra le generazioni, tra le culture, tra le visioni della società.
Tale campagna dovrebbe essere attuata su vari piani. Sviluppando la ricerca antropologica, psicologica, etica, giuridica, economica, sociologica e pedagogica in maniera convergente, sino a raccogliere una sintesi avanzata e organica della consapevolezza civile, costituzionale e interculturale relativa a modelli più giusti e pacifici di convivenza. Mettendo a punto strategie educative e didattiche, libri di testo e strumenti di insegnamento concretamente adottabili nella vita quotidiana delle classi di scuola e degli istituti. Formando ulteriormente gli insegnanti in tale direzione. Associandosi e coordinandosi, creando reti, una campagna d’opinione e un vero movimento di docenti che segni finalmente una svolta positiva nell’assunzione della responsabilità educativa, da parte degli adulti, nei confronti delle nuove generazioni. Non penso solo ai docenti di ogni ordine e grado della scuola e dell’università. Penso anche al mondo del volontariato, almeno ad alcune sue espressioni che possiedono un potenziale educativo molto alto e possono interagire armonicamente con il mondo della scuola. Penso all’azione culturale degli enti locali e, se si risvegliano dal letargo, anche dei sindacati. Penso anche all’azione di coscientizzazione civile e antimafiosa a suo modo già intrapresa dalle sezioni locali della Confindustria in quelle regioni d’Italia che devono subire la prepotenza della criminalità organizzata. Penso ad associazioni come Libera e Amnesty International. Penso a quelle realtà religiose –cristiane, ebraiche, islamiche o di altra confessione- che sono sensibili al paradigma della responsabilità e della solidarietà come condizione esistenziale di una fede autentica.
La frammentazione, la rassegnazione, la confusione, la passività, l’isolamento dei più volenterosi sono ostacoli che ormai devono essere superati. Bisogna fare fronte al nuovo individualismo indotto dalla globalizzazione, ma anche dalla mancata maturazione del senso del bene comune e della legalità nel nostro Paese.
Un compito del genere è assumibile sin d’ora con buone speranze di invertire le tendenze negative. Ma è necessario che quanti possono e devono contribuire a questo movimento comincino a sentire e a vedere un inedito spazio di unità d’azione, a riconoscere un orizzonte comune di senso in grado di impedire che gli sforzi quotidiani vadano dispersi. Come quando, in cuor nostro, iniziamo a credere alla primavera.
Roberto Mancini

Articolo tratto dal n. 96 – luglio 2008 – della rivista ALTRECONOMIA

LA COERENZA non è più una virtù

Il tema della coerenza sembra oggi passato di moda.
D’altra parte in una società sempre più basata sull’apparire anziché sull’essere, la coerenza – legata necessariamente più al modo di essere, ossia ai comportamenti concreti – non può che passare in secondo piano.

Anche in politica, anzi soprattutto in essa, il tema della coerenza è considerato obsoleto, o addirittura un impiccio.
Nessun politico oggi si pone concretamente l’obiettivo di essere coerente.
Eppure, tra le cause di una crescente sfiducia collettiva nella politica e nei politici, l’incoerenza tra ciò che viene detto e quello che poi viene effettivamente praticato, non può non avere una sua decisiva influenza.
Tante volte si sente la frase “conta poco quello che dicono – riferita ai politici – tanto fanno sempre tutt’altro”.

Ma perché i politici non si pongono questo obiettivo?. Innanzitutto perché la coerenza premia solo nel medio o lungo periodo; essa infatti ha bisogno di prove concrete perpetrate nel tempo, ed oggi qualsiasi politico punta ad ottenere consensi nel breve periodo. Anzi, con il meccanismo dei sondaggi, si cerca di ottenere (con effetti annuncio, eclatanti, ma spesso puramente propagandistici) consensi nel brevissimo periodo, quasi immediati.
Questi effetti annuncio sono tanto più efficaci quanto più sono “roboanti” e spesso conseguentemente anche irrealizzabili in poco tempo. In questo caso si gioca molto sul fatto che la gente ha la “memoria corta”, complici anche i mass-media, e non mette mai a confronto ciò che è stato annunciato molti mesi prima con ciò che poi viene effettivamente realizzato.

Riguardo alla situazione politica recente, soprattutto sulla sconfitta del centrosinistra alle ultime elezioni, ho sentito delle analisi molto belle ed interessanti, ed anche sufficientemente convincenti, sui problemi emersi in conseguenza di alcune operazioni o in seguito ad alcuni comportamenti, ma poi non ho mai visto un atteggiamento che prendendo atto di ciò, dicesse di volersi comportare in conseguenza ed in maniera coerente a tale analisi. E’ come se ci si fermasse un attimo prima, per paura che un atteggiamento coerente porti a delle azioni sgradite: dimissioni, cambio di rotta, ammissione di errori.
La coerenza, diventa spesso un tabù da non evocare, perché può comportare mettersi concretamente in discussione, cosa che nessuno intende fare.

Eppure, anche in politica, la storia dimostra che la coerenza paga sempre, perché anche se la gente sembra apparentemente distratta e non invoca più la coerenza dei comportamenti, come sarebbe suo diritto, o non si accorge delle numerose incoerenze presenti quotidianamente, nel profondo della propria coscienza, prima o poi riconosce il merito della coerenza a chi la pratica. Sarà un retaggio della cultura cattolica, o del senso di responsabilità civica, in passato molto più presente di oggi, ma questo prima o poi avviene.
Il risultato ottenuto della Lega Nord alle ultime elezioni politiche anche nella nostra zona è il frutto, a mio avviso, anche di un atteggiamento coerente mantenuto negli anni. Non si spiegherebbe altrimenti come le Marche, dove non c’è certamente una cultura leghista, abbiano potuto eleggere un parlamentare della Lega Nord, se non per premiare una persona, o un gruppo di persone, che negli anni ha sempre sostenuto certe idee, anche quando sembravano quasi ridicole.

Allora, a mio avviso, se si vuol rifondare la politica, ricreando la fiducia della gente in questa importante funzione sociale, non si può non ripartire che dalla coerenza tra ciò che si afferma essere i propri obiettivi e ciò per cui si lavora concretamente, rifiutando quelle mediazioni, che in politica sono la prassi, che contraddicono, appunto, ciò che si è affermato di voler perseguire.
Io sono convinto che questa sia la “strada maestra” da dover seguire, anche se porterà frutto nel medio o lungo periodo; tutto il resto sono scorciatoie che non ridaranno dignità alla politica, condannandola ad essere il “servo” di altri poteri ben più forti. Quindi torniamo a chiedere ai nostri politici questa virtù, potrebbe contribuire a cambiare le cose molto di più di quello che si pensi, io nel mio piccolo cercherò di fare il possibile.
La vita e la testimonianza di La Pira, in questo senso, sono un faro che potrà illuminare questa “strada maestra”, anche se più impervia e più difficile di altre.

Gabriele Darpetti

IL VOTO, uno dei cardini della democrazia

Secondo la definizione comunemente accettata del concetto di democrazia tra gli elementi essenziali figurano due aspetti: il voto deve essere uguale, e il voto deve essere libero.
Uguale viene inteso secondo la concezione anglosassone: un uomo un voto, e libero significa conseguenza di una scelta spontanea, consapevole, fra opzioni effettivamente diverse.

Le altre caratteristiche tipiche di una democrazia sono che i governati devono essere in grado di esercitare il controllo sui governanti, gli atti dei governanti devono essere pubblici e trasparenti, ci devono essere il rispetto di procedure prederminate, e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Ma per ora ci limiteremo ad analizzare l’aspetto relativo al voto.
A detta di Massimo Fini (nel libro “Sudditi, manifesto contro la democrazia” Marsilio edizioni), nessuna di queste condizioni è rispettata nella democrazia “reale”.

A suo dire il voto non è uguale e non è libero, e cerca di dimostrare perché.
Il voto del cittadino singolo, libero, non intruppato in gruppi, si diversifica e si disperde, proprio perché libero, laddove gli apparati dei partiti, facendo blocco, sono quelli che effettivamente decidono chi deve essere eletto.
Il voto di opinione, cioè il voto veramente libero, non ha alcun peso rispetto al voto organizzato.
Afferma lo stesso Bobbio “oserei dire che l’unica vera opinione è quella di coloro che non votano perché hanno capito che le elezioni sono un rito cui ci si può sottrarre senza danni”
L’esistenza legale di lobbies e partiti è il più grave e deciso vulnus alla democrazia perché ne nega in radice uno dei presupposti fondamentali: che almeno nell’unico momento in cui partecipa realmente al processo decisionale con il voto, il cittadino sia messo su un piede di parità con tutti gli altri.

Non è un caso che i primi teorici della democrazia non facciano alcun cenno ai partiti e che fino al 1920 le Costituzioni degli stati democratici non li prendessero nemmeno in considerazione. Anche oggi, pur avendo i partiti occupato ogni ambito del settore pubblico la Costituzione italiana ne fa cenno in un solo scarno articolo, più che altro per riaffermare il diritto di associarsi liberamente. I partiti non sono l’esempio della democrazia, ne sono la fine.

In realtà nessuna democrazia rappresentativa è una democrazia, ma un sistema di minoranze organizzate che prevalgono sulla maggioranza dei cittadini singolarmente presi. E’ un sistema di oligarchie, o di poliarchie come preferisce chiamarle invece Sartori.
Rispetto alle aristocrazie storiche, chi appartiene alle oligarchie democratiche non ha qualità specifiche. La classe politica democratica è formata da persone che hanno come elemento di distinzione unicamente quello di fare politica. La loro legittimazione è tutta interna al meccanismo politico che le ha prodotte. Da qui la conseguenza che una oligarchia senza qualità, qual è quella dei professionisti della politica, non viene rispettata, e ciò ha conseguenze profonde sull’intero tessuto sociale.
Il potere che essi hanno viene percepito come arbitrario dai cittadini, i quali vi si sottomettono non perché credono nella sua legittimità o autorevolezza, ma perché lo temono o attendono da esso vantaggi, benefici, favori, clientelismi.
Il regime democratico, trasformato in un sistema di oligarchie senza prestigio e senza obblighi, si presta alla corruzione morale e materiale, sia delle stesse oligarchie che dei cittadini.

Questo porta al concetto che il voto non è libero e il consenso è truccato.
Noi non scegliamo i candidati alle elezioni, perché gli scelgono i partiti, che scelgono pure che deve essere eletto e quindi chi deve rappresentare i cittadini. Il sistema elettorale maggioritario completa l’espropriazione del potere dei cittadini e la rende sfacciata, perché il capo del partito di maggioranza della coalizione, sceglie anche i collegi sicuri per i partiti alleati e quindi sceglie anche chi deve essere eletto per gli altri partiti.
Se il cittadino non può decidere i propri rappresentanti, esso può però almeno decidere fra diverse opzioni, fra diversi partiti, fra diverse politiche, fra idee diverse: Ma neppure questo è vero.
Il potere democratico si basa, più di qualunque altro sulla parola. Nessuno riesce a controllare se da un annuncio alla costruzione della politica in esso previsto ci sia stata effettivamente coerenza, sia per la complessità dei percorsi, sia per il tempo che passa tra un annuncio e la sua effettiva realizzazione. Inoltre ci si mettono di mezzo i mass-media ad aumentare la confusione, anziché aiutare i cittadini a capire. In più molto spesso tali mezzi “definiti appunto strumenti del consenso”, sono controllati dalle stesse oligarchie politiche, o da oligarchie economiche collegate a quelle politiche in un intreccio poco rassicurante.

Il flusso del consenso non va quindi dal basso verso l’alto, come vorrebbe la teoria democratica, ma dall’alto verso il basso, per il condizionamento dei media.
Che anche l’alternanza al potere sia una delle tante finzioni di cui si nutre la democrazia è particolarmente evidente nei sistemi bipolari o bipartitici, composta da un indifferenziato ceto medio, dove tutti i partiti sono a favore di quel libero mercato che, insieme al modello industriale, è il meccanismo che detta le condizioni della nostra esistenza.
In mancanza di vere alternative questo enorme ceto medio si divide fra destra e sinistra con la stessa razionalità con cui si tifa Milan o Inter.
Infatti vinca il Milan o l’Inter è sempre lo spettatore a pagare lo spettacolo. Quanto ai giocatori, ai vincitori andrà la parte più consistente del bottino, ma anche ai perdenti non mancheranno consistenti premi di consolazione.

La classe politica è in pratica l’unica classe rimasta sulla piazza, è una nomenclatura il cui obbiettivo principale è l’autoconservazione, il mantenimento del potere e dei vantaggi che vi sono connessi.

Gabriele Darpetti

Gruppo del Fare

I questo gruppo si sono ritrovati Emanuela Giovannelli, Michele Gianni, Lucilla Monaco, Gualtiero Mancini, Ubaldo Gaggioli, Michele Romani, Ermanno Cavallini, Alessandra Ferri, ed il sottoscritto Gabriele Darpetti.
Le cose principali dette durante la discussione del gruppo sono state:
Ermanno Cavallini – oltre a fare il falegname nel settore della cantieristica navale, ho delle competenze aeronautiche, ed ho presentato un progetto per la valorizzazione dell’aeroporto di Fano, con annesso parco, in chiave turistica.
Gualtiero Mancini – il gruppo deve avere una visione sociale ma anche politica, proponendo dei temi da affrontare in convegni di approfondimento ed a cui invitare tutte le altre associazioni e movimenti interessati al tema, per promuovere lo spirito di rete. Io personalmente ho collaborato alla proiezione del film “Zero” di Giulietto Chiesa a Fano, e mi sono mosso in questa ottica.
Lucilla Monaco – occorre mettere a punto un piano di attacco: ad esempio si va nelle scuole, si va presso altre associazioni, a proporre temi in cui tutti possano concretamente fare qualcosa o tutti possano dare il loro contributo. Se si parla di pulizia di un luogo degradato, ad esempio, si va tutti insieme concretamente a pulirlo. Io, inoltre, mi occupo anche di teatro, e anche questo potrebbe essere uno strumento utile a coinvolgere le persone.
Michele Romani – Io preferirei individuare alcune problematiche in cui l’Amministrazione di Fano sta sbagliando e su quelle fare delle battaglie concrete, coinvolgendo tutti coloro che oggi sono sparsi, ma la pensano allo stesso modo.
Gualtiero Mancini – per essere più efficaci nella nostra azione, dovremo però diventare una associazione che abbia una sua visibilità e riconoscibilità. Solo così potremmo essere attrattivi ed avere possibilità di interloquire con altri soggetti.
Ubaldo Gaggioli – sono d’accordo con Michele Romani sulla necessità di creare un coordinamento, e di darci una identità precisa. Dovremmo inoltre puntare a coinvolgere le numerose associazioni di volontariato, che fanno tante bellissime cose, perché occorre tradurre i nostri sforzi in un movimento unitario.
Lucilla – Occorre innanzitutto ricreare il senso civico, la responsabilità collettiva sulle cose.
Michele Gianni – Le circoscrizioni di Fano, non hanno svolto efficacemente il loro ruolo, perché non si sono opposte, coinvolgendo adeguatamente i cittadini, alle “brutture” che stanno avanzando. Un esempio sono i 30 appartamenti che verranno costruiti a Fano2 nell’area verde. Nel PRG ci sono cose eclatanti, ed i cittadini di quei territori che vengono massacrati non hanno voce. Anche se la maggioranza delle persone è contraria, queste persone non hanno rappresentanza, non hanno nessuno che da voce alle loro proteste. Allora noi dobbiamo dare voce alle ingiustizie, coinvolgendo tutto l’associazionismo impegnato per fare massa critica.
Alessandra Ferri – unire tutte le associazioni è abbastanza difficile. Per fare qualcosa insieme è importante conoscersi e riconoscersi in obiettivi comuni. Non serve fare un’altra associazione, ripartiamo dalle cose concrete, individuiamo un luogo permanente in cui incontraci a discutere ma anche a decidere quali azioni fare come immediata conseguenza.
E’ bella per esempio l’idea dell’oratorio di San Cristoforo, che portava come esempio Ubaldo, perché è un luogo fisico, dove ci si può ritrovare per fare tante cose, anche piacevoli e distensive, da cui ripartire per fare delle azioni concrete. A Fano altri luoghi potrebbero essere Casa Archilei, Montegiove, ed altri.
E’ importante, inoltre, programmare anche delle azioni educative verso i giovani ed i bambini.
Emanuela Giovannelli – abbiamo idee abbastanza convergenti su molte cose, ma una volta che le abbiamo meglio definite, dobbiamo decidere come “far valere” queste cose. In sintesi dobbiamo valutare come portare i problemi, e le soluzioni che noi proponiamo, nelle sedi Istituzionali competenti a risolverli. Occorre fermare concretamente le cose sbagliate con azioni politicamente incisive, altrimenti mentre noi parliamo gli altri le faranno ugualmente. Occorre essere presenti dove si può incidere, questo secondo me è un tema su cui discutere.
Gualtiero Mancini – individuiamo dei temi da proporre ad approfondimenti e poi a delle azioni di contrasto a tutte le altre associazioni.
Lucilla Monaco – io vorrei che partissimo dalle cose in cui possiamo tutti noi dare esempi concreti di reazione pratica.
Alessandra Ferri – le azioni concrete sono anche quelle che aiutano a costruire il gruppo.
Io, Gabriele Darpetti, ero l’ultimo, ed essendo il tempo di discussione ormai finito, sono riuscito solo ad accennare i temi che avrei voluto trattare: io penso che la democrazia sia in pericolo, si stanno restringendo gli spazi di partecipazione civile alla cosa pubblica, c’è mancanza di informazione e trasparenza, elementi necessari per partecipare, si va verso una sorta di pensiero unico che il bi-partitismo alimenta, tutti accettano passivamente la logica del “voto utile” che è il contrario della democrazia. Occorre fare qualcosa, ed occorre farlo con comportamenti diversi e più coerenti rispetto a quello che abbiamo fatto sino ad oggi. Ma noi siamo d’accodo sugli obiettivi di fondo?, siamo d’accordo con i metodi da seguire, siamo d’accordo sulle priorità? (alcune di queste cose le aveva già dette in rete anche Pia Miccoli). A me pare che questi temi di fondo non li abbiamo affrontati, e sarebbe opportuno farlo il prima possibile.

Rapporto immigrati-istituzioni

Inquadramento del rapporto immigrati-istituzioni
Prime note

Nell’intento di contribuire alla realizzazione di un secondo appuntamento seminariale organizzato da Laboratorio Marche e dall’Assemblea Legislativa delle Marche, intendo precisare che il contributo risentirà, nel bene e nel male della mia impostazione. Ho lavorato in qualità di responsabile della commissione migranti di PRC, e attivista fra i fondatori della Rete Migranti “Diritti Ora!”negli ultimi 5 anni.
I passi da cui si muove lo studio presentato a Pesaro evidenziano la necessità di un rapporto accurato e continuativo con gli agenti, mondo della formazione, Terzo settore, mondo del lavoro, pubblica amministrazione. Mi trovo d’accordo perché è più che mai tempo che vengano superate le visioni, e di conseguenza le azioni, assistenziali che tendono a mantenere gli immigrati in un mondo a parte, che non spaventi noi e non metta loro troppi grilli in testa.
Senza dilungarci su termini quali “inclusione”, “modello anglosassone”, “modello francese”, “multiculturalità”, il punto oggi è questo: siamo di fronte a fenomeni strutturali, e dobbiamo affrontarli come tali. L’immigrazione cambia la vita a chi viaggia, ed a chi è visitato. Per conoscere i rapporti fra immigrati e Regione Marche è necessario chiedere informazioni sia ai nuovi cittadini che ai vecchi, tanto le loro vite sono ormai cambiate. Rivolgere la necessità di sicurezza, ovvia, verso vie d’uscita durature, nelle quali si trovi la più alta soddisfazione per la maggior parte delle persone. Altrimenti si rischia di andare incontro ad errori imperdonabili: siamo già in presenza di operatori sindacali, del terzo settore, amministratori circoscrizionali e di sportelli del lavoro che colgono appieno la necessità di fare incontrare le esigenze delle nuove generazioni, e dei migranti, col mercato delle opportunità, e di contro registriamo comunità e gruppi di migranti che preferiscono inserirsi nelle nicchie della società ed accettarne le peggiori forme, senza chiedere democrazia e partecipazione.
Procediamo con alcuni esempi: leggendo le pagine del Corriere Adriatico di oggi, 11 luglio 2008, pagina di Ancona, si nota la contrapposizione del titolo con il testo dell’articolo. All’allarmismo di <<>>, riferito ai residenti del Piano, quartiere popolare di Ancona, segue una serie di interviste che evidenziano l’ingresso dei migranti nelle strutture lavorative, conservandone il tenore prevalentemente mercantile, denunciano la scarsità di poliziotti rispetto al numero di turbolenze, ma poi descrivono gli stessi come portato di una economia con pochi sbocchi lavorativi e necessità di strutture d’aggregazione e discussione dei problemi, tal e quale come avviene per gli italiani di origine. Il Piano ha 3038 stranieri residenti, , che sono il 12,5% di tutti, ed il 45% di quelli che risiedono in città , a rappresentanza di 62 etnie. Assumendo le caratteristiche dell’inchiesta, gli altri articoli narrano le presenze a scuola, i desideri dei genitori, simili a quanto raccolto negli studi sulle seconde generazioni ( vedi studi dell’Università Politecnica delle Marche) ed infine gli sforzi degli amministratori di circoscrizione, considerati da più parti attivi ed efficaci.
Abbiamo così individuato alcuni dei soggetti da includere, da far parlare, nel nostro lavoro: gli italiani che più percepiscono il fenomeno, amministratori, negozianti, vigili urbani, insegnanti soprattutto inferiori, sindacalisti, operatori di sportello, articolati fra chi convive con i migranti tutto il giorno e chi li affronta come operatore. I soggetti, così considerati osservatori privilegiati, saranno i più utili a dare suggerimenti e, oltre a raccogliere dati, hanno dalla loro la passione, la motivazione a lavorare per un trattamento più equo. La motivazione prima è, secondo me, non tanto l’adesione ideologica ad una politica d’inclusione, quanto la constatazione che la reciproca sicurezza e il non spaesamento, sono la base della convivenza condivisa e progettata assieme. E’ derivata da una più larga ricognizione anche la spinta ad implementare i provvedimenti presi dalle varie amministrazioni: la provincia di Ancona si prepara a gestire dei bandi (docup) sulla formazione migrante, le cui linee guida, preparate dalla regione, rischiano di non essere congruenti, cioè chiedono dei limiti e delle caratteristiche dell’utente che sono inutili se non dannose. Questo avviene spesso, e non è un buon incentivo alla buona amministrazione la dispersione di denaro pubblico. Alcuni incontri conoscitivi chiesti dalle associazioni dei migranti individuano queste disfunzioni, ma non hanno titolarità per intervenire, ovviamente. Le comunità migranti, costruite su base di nazionalità, mancano di una presenza utilizzabile all’interno delle istituzioni, che peraltro prevedono un loro ruolo consultivo.
Non è però nostro compito, se vogliamo indirizzare degli studi statistici e rafforzare le istituzioni, fare di tutto: alcuni suggerimenti possono venire, ma se le istituzioni vengono vissute come foriere solo di finanziamenti a pioggia e non di partecipazione, le colpe vanno divise a metà. Poi, chi vuole da entrambe le parti più coinvolgimento, deve fare delle proposte, anzi le deve fare da una parte comune, interetnica. Imprenditoria migrante, diversa da quella che viene concessa, se possibile progettata: la autocostruzione proposta come fonte di sicurezza non sarebbe un cavallo di troia nel flagello delle morti per lavoro, e del lavoro senza programmazione come edilizia ed infrastrutture?
E di conseguenza sarebbe uno strumento di governo del territorio: prevenzione della paura attraverso la conoscenza dei vicini di casa, e corrresponsabilizzazione degli attori che vanno ad occupare il territorio.
Spostandoci dal terreno della formazione a quello dei servizi, altrettanto basilare per il soddisfacimento delle reciproche esigenze di avvaloramento sulla zona, una figura che tutto comprende e nulla risolve così com’è concepita è quella del mediatore. Il mediatore, culturale, linguistico, sanitario, non ha una declaratoria nazionale né regionale. Figura di informazione, democrazia, assolve compiti di aiuto al vigile urbano, all’infermiere, al volontario generico ed al socio lavoratore di tante cooperative di servizi che, propriamente e impropriamente, puntellano quando non interpretano al meglio le nostre aspettative distato sociale. Ma senza albi regionali, provinciali, o piuttosto un melange di tutto ciò, i mediatori sono terreno di scorribande di formatori, veri e sedicenti, e sono la figura professionale e le implicazioni formative a prendere il posto del servizio che si deve assolvere.
Sarebbe interessante, mentre i ministeri si stanno interessando con le regioni a dare degli status a questa figura, conoscere chi e per cosa è utilizzata nelle Marche, chiedendolo all’ASUR, alla Regione, alla Azienda Sanitaria Regionale, alla medicina del lavoro, al servizio di epidemiologia, che molto si è impegnato a regolamentare ed a costruire un ponte fra assessorati.
L’immigrato è figura alle volte di attore ed alle volte di pubblico, o utente, negli interventi di promozione dell’agio e riduzione del disagio. Interesserebbe non poco stabilire con criteri statistici quanti musicisti fanno e quanti godono delle varie forme di musicoterapia, di animazione (Hotel House, associazione di Petriano, musica e terapia con Maurizio carbone a Mcerata). L’emersione della musica non regolarmente retribuita sarebbe interessante anche per il cammino della legge sulla musica non colta nelle Marche, senza volerla risolvere oggi. Il punto è pensare gli immigrati come protagonisti non solo di attività ripetitive e marginali, ma propositori, il che li affrancherebbe non poco dallo spoliamento.



Ancona, 15 luglio 2008

Marcello Pesarini

Considerazioni su Integrazione e inclusione

Riprendo a rispondere da quest'intervento, sul cui linguaggio mi ritrovo. Sono Marcello Pesarini, ho partecipato all'incontro di Montegiove ma non al secondo. Ormai sono anconetano, e se appartengo al giro che ha organizzato il primo incontro, ciò è solo perchè ho vissuto 35 anni a Pesaro, e lavoro con Michele. Ma le distanze sono distanti. Propongo perciò, seguendo il modus di Roberto Amici, di costruire un "camera di consultazione" fra noi anconetani e maceratesi, come Gabriele, Sergio Labate, alcune ragazze di Fabriano, io e Nicoletta di Ancona, ancora Emanuela di Fabriano, etc. Poichè le cose di cui mi interesso maggiormente, sociale, migranti, carceri, sono ancora molto ad appannaggio degli addetti ai lavori, ed almeno a livello informativo devono uscire dall'approssimatezza, vi giro con molta immodestia un mio ragionamento che proporrò ad alcune figure della Regione, dove lavoro, per dare loro un contributo critico su come impostare seminari sull'integrazione ed inclusione. Il primo si è proprio svolto a Pesaro, nel quasi vuoto di presenze, visto l'orario, 9 di mattina di mercoledì. Le osservazioni che qui estendo sono rivolte a chi vuole costruire i seminari a seguire, ma poichè i limiti che tutti abbiamo spesso si toccano, potrebbero essere utili anche per noi"dal basso". Amici e compagni sotto al Cesano che ci siamo visti il 25 maggio, se ne può parlare fra di noi?
Marcello