martedì 22 luglio 2008

Sant'Anna - Resoconto plenaria del mattino

Movimento dal basso
Corte di Sant’Anna del Furlo
Domenica 6 luglio 2008

Il posto in cui ci ritroviamo è bellissimo. Uno di quei posti che ti da pace.
Si capisce subito che l’orario di inizio non sarà rispettato.
Si capisce subito che saremo molti meno che a Monte Giove.
C’è qualche faccia nuova.

L’idea era di lavorare il più possibile in gruppi. Per cui si sarebbe dovuto fare un giro veloce per proporre dei gruppi.
Ma prendiamo atto che non siamo capaci di fare interventi brevi, e ogni volta sentiamo il bisogno di raccontare tutte le nostre motivazioni, fare lunghissime premesse ecc. Non tutti. In realtà i più giovani sono più concreti e concisi.
Alcuni esprimono anche dissenso rispetto alla divisione in gruppo e alla necessità di parlare poco. Ci sono idee diverse sul “modo” di discutere e di conoscersi che bisognerà affrontare.

Comunque, ecco un resoconto del giro in plenaria.
Peppe Scherpiani: credo che alla base del nostro lavoro dovrebbe esserci una riscoperta della memoria, le nostre radici, cosa c’è da salvare.
La sinistra è in crisi perché ha assorbito modelli culturali imposti.
Seconda cosa: riportare questa memoria e conservarla attraverso la scuola. Ad esempio attraverso la riscoperta di Gianni Rodari.

Pino Panajoli: continuiamo a fare un incontro di persone. Cerchiamo di capire che mondo c’è dietro ognuno di noi, cosa facciamo, quale dramma viviamo, cosa vogliamo cambiare e non riusciamo a cambiare.
Negli anni 70 nascevano continuamente gruppi che partivano da ciò di cui ci si occupava: Magistratura Democratica, Medicna Democratica, ecc. Ognuno produceva un pensiero alternativo a partire dalla sua esperienza.

Petra Quast: cerchiamo di focalizzarci su alcuni temi. Le tematiche sono tante e non possiamo occuparci di tutto. Serve anche fiducia su quello che fanno gli altri gruppi in cui non siamo.

Fulvio Tosi: nei documenti che sono giurati in lista (“Carta dei diritti del territorio” e manifesto “Un’altra politica”) ci sono già molti spunti da cui partire. Sui gruppi a me interessa il tema del territorio che già ne raccoglie tanti.
Poi dobbiamo capire anche come ci organizziamo per agire

Emanuela Giovannelli: siamo meno dell’altra volta, sia perché è luglio sia perché forse alcuni non si sono subito sentiti coinvolti.
Dalla volta scorsa sono successe cose gravi nel paese. In base a questo serve una finalità, che è recuperare spazi di democrazia.
C’è un arretramento culturale che colpirà soprattutto le donne. Quindi la questione femminile va posta.
Ambiente territorio agricoltura, ci metterei nutrizione. Starei in un gruppo come questo.

Andreina De Tomassi: molto d’accordo su questo aspetto della nutrizione, agricoltura biologica, GAS. Anche la frutta antica è memoria.

Laura Cambi: sono interessata al biologico. Difficile capire come contrastare la mentalità berlusconiana che si è imposta. Servono iniziative culturali.

Mirta Atencia: bisogna riflettere sulla democrazia, se la rappresentanza è uno strumento o se ci servono alternative.
Io preferisco le assemblee ai gruppi piccoli.

Loris Asoli. Lavoro in agricoltura biologica. Mi occupo di economia solidale. Io vorrei capire la natura di questo gruppo, le finalità, quindi può essere il lavoro sulla carta, ma sono anche d’accordo che ognuno parte da sé.

Bruno Montesi. Lavoro alla Regione servizio agricoltura. Interesse per un gruppo come questo è vedere le molte cose che mi legano ad un’idea di sinistra, ma ce ne sono molte che mi piacciono.
Mi interessa che alle elezioni amministrative del prossimo anno ci sia una presenza di Sinistra che possa stare nelle istituzioni.

Gabriele Darpetti: lavoro nel movimento cooperativo. Sull’analisi di fondo siamo d’accorso, bisogna veder se siamo d’accordo sulle priorità.

Roberto Amici: sono un medico ospedaliero. Agricoltura, ambiente, fino a salute, sono uno stesso ambito. Nel metodo farei un percorso inverso al solito. Ossia, non partiamo dai massimi sistemi, ma partiamo dalla specifico e da quello risaliamo al generale.

Ermanno Cavallini: lavoro nella cantieristica. Ci servono dei leader, il problema è la qualità della leadership che è in profonda crisi.

Alberta: mi interessa il tema della cultura, contrastare il degrado etico, sociale che c’è. Troppi hanno abdicato allo spirito critico. Cultura e formazione sono di base perché tutte le altre proposte fatte possano essere trasmesse e recepite.
Rispetto alla memoria bisogna separare la parte da salvare da ideologie che andrebbero aggiornate.

Lucilla Monaco: anche io sono per iniziare dal conoscerci bene noi come proponeva Pino. Tutti siamo d’accordo su alcuni valori e principi, ma bisogna partire dal nostro, cominciare da noi stessi.
Io sono per il fare, se conoscendoci abbiamo intenti comuni è più facile agire.

Chiara Notarangelo: d’accordo a fare gruppi tematici e all’interno partire dal personale che è molto politico. Il tema che propongo è il nostro rapporto con il diverso (immigrazione, integrazione…)

Michele Romani: sono ingegnere. Anche io credo sia importante conoscerci. La sinistra ha perso per due motivi
1) gruppo di intellettuali che ha perso il rapporto con quelli che doveva rappresentare (deboli)
2) doveva essere un catalizzatore di movimenti che vedo molto più vivi della sinistra, li vedo crescere e fare… Tutti ridotti a piccoli gruppi a sé stanti. La sinistra doveva fare da catalizzatore ma non ci è riuscita

Marco Zacchetti: sono facilitatore della Rete di Economia Solidale Pesaro e Urbino e seguo progetti didattici su questi temi. Come tematica propongo quella dei bisogni primari, alimentazione, aria, acqua.
Poi mi interessa esplorare le forme della politica che siano diverse dalle solite, dalla presa del potere ecc.

Marisa Lucciarini: mi interessano i temi dell’alimentazione e del biologico. Vorrei riuscire a far capire che c’è la possibilità di scegliere un modo diverso di fare.

David Donnini: sono un operaio ed è la prima volta che partecipo a riunioni di questo tipo. Sono d’accordo a partire da cose concrete.

Tiziana Gasparini: sto nelle donne in nero. Mi interessa il tema del conflitto inteso in senso costruttivo, saperlo attraversare. Mi ha spinto ad andare a Monte Giove il desiderio di incontrare persone diverse dalle solite. E’ importante il tema della bellezza e dell’autenticità, e dei beni comuni che non siano merce.

Fatima Morelli: ho esperienze in gruppi femministi, casa delle donne, donne in nero… Ho fatto sempre politica in questo modo. Sento un forte intreccio con il mondo del lavoro dove ci sono stati grandi cambiamenti.

Gaia Galassi: vorrei concentrare l’attenzione sul cosa e il come.
Sul cosa va bene quanto detto. Io propongo l’ambiente. Sono mamma e quindi ritengo importante il discorso di genere. Nei gruppi di lavoro occorre individuare priorità e proposte concrete.
Sul come serve una riflessione collettiva. Cosa vogliamo fare come movimento dal basso. D’accordo su stili di vita, gas, ecc. ma forse serve qualcosa di più. Va approfondito.

Carla Panatoli: faccio parte delle donne in nero ed ho una lunga militanza femminista e lunga storia di partiti. Io ho creduto negli ultimi anni di fare parte di un partito che facesse da fulcro per mettere in rete movimenti. Ma questa speranza è fallita. L’importanza di stare qui è quella di incontrare persone diverse. Condivido l’importanza della memoria purchè non diventi una bandiera e un rifugiarsi nel passato. Come tela propongo di riflettere su come vogliamo cambiare il mondo.

Valeria Rossi Berluti: sono ostetrica. Condivido che si fa politica partendo dai problemi concreti della gente e dai nostri. Mi aspetto che da qui si possa ricostruire un identikit della sinistra, i valori, le radici quello che si può condividere.

Michele Altomeni: propongo un gruppo di lavoro sul tema della comunicazione-informazione, in senso molto pratico, ossia costruire strumenti. Ma con il doppio obiettivo che questo sia un mezzo per fare rete.

Sandra Ferri: sono una ex assistente sociale e oggi gestisco un piccolo agriturismo. Sono per l’azione, mi interessano i temi che hanno a che fare con la persona, alimentazione, salute ecc.

Michele Gianni: vorrei che nascesse un gruppo sulla città di Fano, che discuta cosa fare nei prossimi mesi a Fano sul piano locale e nazionale. Un gruppo operativo che elabori contenuti e metodi di azione su quella città.

Ubaldo Gaggioli: è nato a Fano l’oratorio di San Cristoforo, gestito da volontari e genitori. E’ un esempio che si può ripetere. Quando c’è un problema, ci si organizza e si fa.

Adolfo Tagliabue: sono pensionato. Starei in un gruppo su ambiente e territorio.

Gualtiero Mancini: sono un pratico. Dobbiamo chiederci chi siamo ecc. Però poi dobbiamo cominciare a fare. Strumenti di informazione, iniziative pubbliche….

Simone Mancini: sono per la concretezza. Questo deve essere uno zoccolo duro da cui partire per allargarsi. Dobbiamo fare Informazione-propaganda. Capire perché gli operai votano altri partiti. Partire dai bisogni.

Sergio Labate: mi interessano i temi della comunicazione e delle forme della politica. Sono per la concretezza purchè compiamo azioni efficaci e non con l’ansia di agire.

Silvia Pierosara: mi interessa il tema della diversità (immigrazione, genere ecc.). Dobbiamo raggiungere le fasce più deboli della società a partire dai bisogni delle persone.

Roberto Mancini: i temi che mi interessano sono comunicazione, cultura, ambiente, territorio. In futuro mi piacerebbe fare una riflessione su un tema che la sinistra ha sempre trascurato: il ruolo dello sport, il corpo in generale. Lo sport veicola valori che sembrano neutri ma sono invece molto funzionali al sistema.
Nella memoria ci sono cose belle da salvare ma anche slogan vecchi da buttare
Un tema trasversale è l’indifferenza, la non responsabilità.
Poi ci sono i beni comuni e la difesa del pubblico.

Petra Quast: vorrei un gruppo sulla comunicazione, ma non sull’informazione. Sull’ascolto, il conflitto come qualcosa che ci può arricchire, come accettare posizioni che ci appaiono lontane da noi. Cosa è comunità come si ricostruisce, legame sociale, rapporti di vicinato.

Paolo Fanelli: lavoro per lASUR al dipartimento prevenzione, sono sociologo e infroamtico. Mi occupo di socioinformatica, ossia l’utilizzo dei mezzi per cambiare l’organizzazione, per far funzionare i gruppi ecc. Son per partire da noi, dai luoghi in cui operiamo. Starei in un gruppo sulla comunicazione, come metodi per fare rete.

Veronica Paoli: sono educatrice e cerco l’incontro tra persone diverse fuori dal mio ambiente che mi diano la forza e la capacità di lavorare in un certo modo. Ad esempio con i bambini non è indifferente come si lavora, e lavorando con i bambini quello è già un modo di fare politica.

Alla fine della discussione ci rendiamo conto che abbiamo le idee confuse come e più di prima. Allora si decide di affidarci al caos, come suggerisce il taoismo, ed infatti nascono i gruppi per aggregazione spontanea.

A questo punto però io devo andarmene per impegni familiari.

Ad ogni gruppo di lavoro viene dato il compito, oltre di discutere del proprio argomento, di:
- autorganizzarsi per proseguire il lavoro da qui alla prossima plenaria (che sarà in autunno);
- raccogliere nomi e recapiti dei partecipanti;
- stendere un verbale da mandare in rete.

Considerazioni e proposte

Ciao a tutti,

provo a fare alcune considerazioni-proposte. Per sintesi le scrivo in maniera un po' rude, ma naturalmente sono oggetto di discussione:

1) evitiamo di fare discussioni attraverso la posta elettronica, servono solo a creare conflitti e incomprensioni. Le cose che ci dobbiamo dire ce le diciamo in faccia quando ci incontriamo.

2) evitiamo di darci le pagelle e di ritenerci migliori degli altri. Impariamo ad ascoltarci e a cercare di capire cosa c'è di buono in ciò che dicono gli altri.

3) evitiamo di usare la parola "Sinistra" visto che ad alcuni non piace e comunque ha un significato diverso per ognuno di noi. Come suggeriva Luciano Benini a Monte Giove, parliamo delle cose in cui crediamo, per cui ci impegnamo, che vorremmo realizzare. Quando avremo le idee chiare su questo decideremo se è necessario trovare un nome che le raggruppi e le definisca, o se in realtà non ci serve, e se ci serve decideremo quale nome... Dal Basso non è una nuova Sinistra, Dal basso, è, appunto, dal basso. Uno dei problemi della politica è di essere basata su un mondo ad una unica dimensione, la larghezza, quella che va da destra a sinistra. La realtà è molto più complessa, di dimensioni ne ha 3 accertare, e secondo la fisica più recente anche di più... Una nuova poltiica dovrebbe fare i conti con questo.

4) Dal basso non è il processo di costituzione di una o più liste civiche. Se poi le persone che si incontrano dentro Dal Basso vorrano fare liste, candidarsi con partiti o altro lo fanno. Ma dentro "dal basso" non ci si occupa di questo.

5) Dal basso non è un movimento fanense. Ha aderenti di tutta la provincia, di fuori provincia e addirittura di fuori regione. Se i fanesi di Dal Basso vogliono creare un gruppo di fanesi lo fanno.

Detto questo aggiungo:

a) Decine di persone vogliono capire come è andata l'ultima riunione. In allegato c'è la mia parte di verbale. Ma è necessario avere i verbali degli altri gruppi di lavoro. Se non mi sono perso qualcosa è arrivato solo quello di Darpetti sul Fare. Appena possibile mandate gli altri. E mandate anche l'elenco dei partecipanti con i recapiti così aggiorno l'anagrafe. In questo modo anche quelli che sono rimasti fuori potranno aderire ai gruppi che sono nati e riprendere i fili del discorso.

b) Faccio notare una cosa: a Monte Giove abbiamo parlato molto di metodo, soffermandoci molto sulla questione donne e bambini. A S. Anna abbiamo tralasciato questa cosa. Ora rilevo che i messaggi circolati in rete da S. Anna ad oggi sono tutti di maschietti.
Personalmente sento forte il bisogno di avere un ritorno da parte delle donne e anche dai più giovani.

c) Io non sono soddisfatto. Non sono soddisfatto di come è andata S. Anna nella parte in cui c'ero. Non sono soddisfatto di come è andato l'unico gruppo di cui ho potuto leggere il verbale. Non sono soddisfatto di come va la discussione in rete. Ho l'impressione che stiamo perdendo pezzi. Che la tensione sul metodo vada scemando, e questo è uno dei motivi per cui perdiamo pezzi. E ho l'impressione che non vediamo l'ora di ripetere gli errori che hanno fatto in passato tutti i gruppi come il nostro, ossia, come non volevamo essere. Mi piacerebbe che ci confrontassimo apertamente su questo. Ma per carità non facciamo un dibattito. Ognuno parta da se, da quello che sente. Senza dover commentare quello che esprimono altri.

Un abbraccio dal basso
Michele

Brevi considerazioni

alcune brevi considerazioni sulla domenica al furlo e sul gruppo che continua a relazionarsi almeno per e.mail.
innanzi tutto mi fa piacere poter comunicare e leggervi in questa fase di spappolamento diaspora della sinistra (darpetti permettendo) o comunque di persone che condividono molte idee, comportamenti e modi di essere o stili di vita. un grazie ad andreina per l'ospitalità e per averci permesso di scoprire un angolo che merita di essere rivisto con più calma.sono passati 10 giorni e sarebbe opportuno rivedersi ancora in qualche modo magari per sottogruppi. ma dove? come? quando?
le diverse cittadine di provenienza ci impediscono di realizzare qualcosa di concreto in un luogo come qualcuno ipotizzava nel gruppo ambiente. confrontarsi in incontri e sentirci più o meno vicini per stili di vita credo sia più facile poi in autunno non escludo che si possa fare qualche iniziativa collettiva. circa le modalità della riunione condivido le osservazioni di scherpiani bisognerebbe essere più puntuali all'inizio e poter stare fino alla fine ma per esempio io la fine non potevo assolutamente. molto positivo l'aspetto gastronomico spontaneo e di qualità con una notevole varietà di alimenti che hanno mostrato anche un po' il modo di essere di ciascuno. l'aspetto culturale umano e sociale dell'iniziativa credo che sia importante ma ritengo che sia un movimento che non possa avere alcun peso politico. per far politica se si vuol fare bisogna stare in un partito, se ci si riesce, altrimenti altri modi non ci sono. ciascuno si scelga il partito più praticabile e più vicino al suo sentire altrimenti non ci si illuda di poter incidere sulla realtà amministrativa dei nostri comuni, della provincia o regione.il gruppo serve per scambiarci idee ed esperienze e a me serve molto perchè nella piccola realtà dove vivo non trovo più identità di cose da fare che con pochissime persone, insufficienti ad un confronto costruttivo.

Bruno Montesi

Differenza tra destra e sinistra

Diceva Alex Langer a questo proposito che: “oggi tutto è terribilmente più complesso. E’ assai difficile stabilire cosa voglia dire essere di sinistra o di destra oggi, e distinguere la sinistra per le sue opere, e non solo per le sue parole.
Prendiamo ad esempio la politica estera e militare – diceva lui – dove notoriamente sinistra e destra si comportano in genere come il cacciatore ed il bracconiere: fanno le stesse cose, ma si distinguono per la qualificazione nominale di quel che fanno.
Prendiamo l’insistenza della sinistra per lo “sviluppo” industriale, la crescita del PIL, le privatizzazioni”.

Venendo a noi, pensiamo a tutti i discorsi sulla necessità di nuove grandi infrastrutture (strade, porti, aeroporti). Alle città che vogliono tutte nuovi porti turistici per yacht miliardari (si pensi a Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona), (quanti porti serviranno per attirare quanti miliardari e per il bene di chi?) o all’idea di costruire strade in Project Financing (vedi la Fano-Grosseto).

“La logica dei blocchi o di qua o di là – diceva ancora Langer – è sbagliata. Chi vuol sfuggire a questa polarizzazione forzata, sembra sempre che voglia fare il gioco di qualcun altro (dell’altro blocco, si direbbe). Ma così ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive”.

(Sono cosciente che “estrapolare una parte di un discorso” è una operazione discutibile. Fra l’altro Langer usava quelle parole per spiegare che i “verdi” non possono essere né di destra né di sinistra. Ma siccome le ho trovate molto simili ai miei attuali pensieri, le ho volute citare per dimostrare che la contrapposizione in schieramenti statici hanno sempre originato perplessità e problemi in tutte le epoche)

Gabriele Darpetti

Una campagna per l'educazione civica

Una campagna per l’educazione civica. È quello che in modo deciso, capillare, sistematico, scuola per scuola, territorio per territorio, servirebbe oggi al nostro Paese. Per seminare, in un arco di tempo ragionevole, la realtà di un’altra Italia.
Non di un’Italia di sinistra, di centro o di destra, ma di un’Italia dove la democrazia sia così genuina, pluralista e ospitale da tendere a farsi onnicrazia, secondo l’espressione profetica e gentile, quindi profondamente intelligente, di Aldo Capitini.
Non è forse vero che, quando ci chiediamo come mai un’altra economia stenti a maturare, quando vediamo il degrado della vita pubblica, quando molti si abbandonano a comportamenti antisociali, quando vorremmo debellare le mafie, giungiamo puntualmente ad affermare che sarebbe anzitutto necessaria una profonda opera di educazione civile? Eppure perché ci si limita a segnalare questa esigenza fondamentale e si resta sul terreno sterile dell’auspicio? Chi potrebbe dire che un’educazione civile e umana più adeguata in Italia sarebbe un fatto di poco conto, oppure qualcosa che non c’entra con le pratiche dell’altra economia?
Se davvero si desidera un cambiamento qualitativo, se non ci si rassegna al volto ottuso dell’Italia –quella che dà la caccia ai rom, agli stranieri, ai lavavetri e ai mendicanti, scacciati persino dalle vicinanze delle chiese di Assisi- si comprende che è possibile fare molto. Penso precisamente a una grande e diffusa campagna di opinione e d’azione per l’educazione civica. Una sorta di vaccinazione per la buona convivenza, di alfabetizzazione costituzionale, di coscientizzazione corale che comprenda il dialogo tra le generazioni, tra le culture, tra le visioni della società.
Tale campagna dovrebbe essere attuata su vari piani. Sviluppando la ricerca antropologica, psicologica, etica, giuridica, economica, sociologica e pedagogica in maniera convergente, sino a raccogliere una sintesi avanzata e organica della consapevolezza civile, costituzionale e interculturale relativa a modelli più giusti e pacifici di convivenza. Mettendo a punto strategie educative e didattiche, libri di testo e strumenti di insegnamento concretamente adottabili nella vita quotidiana delle classi di scuola e degli istituti. Formando ulteriormente gli insegnanti in tale direzione. Associandosi e coordinandosi, creando reti, una campagna d’opinione e un vero movimento di docenti che segni finalmente una svolta positiva nell’assunzione della responsabilità educativa, da parte degli adulti, nei confronti delle nuove generazioni. Non penso solo ai docenti di ogni ordine e grado della scuola e dell’università. Penso anche al mondo del volontariato, almeno ad alcune sue espressioni che possiedono un potenziale educativo molto alto e possono interagire armonicamente con il mondo della scuola. Penso all’azione culturale degli enti locali e, se si risvegliano dal letargo, anche dei sindacati. Penso anche all’azione di coscientizzazione civile e antimafiosa a suo modo già intrapresa dalle sezioni locali della Confindustria in quelle regioni d’Italia che devono subire la prepotenza della criminalità organizzata. Penso ad associazioni come Libera e Amnesty International. Penso a quelle realtà religiose –cristiane, ebraiche, islamiche o di altra confessione- che sono sensibili al paradigma della responsabilità e della solidarietà come condizione esistenziale di una fede autentica.
La frammentazione, la rassegnazione, la confusione, la passività, l’isolamento dei più volenterosi sono ostacoli che ormai devono essere superati. Bisogna fare fronte al nuovo individualismo indotto dalla globalizzazione, ma anche dalla mancata maturazione del senso del bene comune e della legalità nel nostro Paese.
Un compito del genere è assumibile sin d’ora con buone speranze di invertire le tendenze negative. Ma è necessario che quanti possono e devono contribuire a questo movimento comincino a sentire e a vedere un inedito spazio di unità d’azione, a riconoscere un orizzonte comune di senso in grado di impedire che gli sforzi quotidiani vadano dispersi. Come quando, in cuor nostro, iniziamo a credere alla primavera.
Roberto Mancini

Articolo tratto dal n. 96 – luglio 2008 – della rivista ALTRECONOMIA

LA COERENZA non è più una virtù

Il tema della coerenza sembra oggi passato di moda.
D’altra parte in una società sempre più basata sull’apparire anziché sull’essere, la coerenza – legata necessariamente più al modo di essere, ossia ai comportamenti concreti – non può che passare in secondo piano.

Anche in politica, anzi soprattutto in essa, il tema della coerenza è considerato obsoleto, o addirittura un impiccio.
Nessun politico oggi si pone concretamente l’obiettivo di essere coerente.
Eppure, tra le cause di una crescente sfiducia collettiva nella politica e nei politici, l’incoerenza tra ciò che viene detto e quello che poi viene effettivamente praticato, non può non avere una sua decisiva influenza.
Tante volte si sente la frase “conta poco quello che dicono – riferita ai politici – tanto fanno sempre tutt’altro”.

Ma perché i politici non si pongono questo obiettivo?. Innanzitutto perché la coerenza premia solo nel medio o lungo periodo; essa infatti ha bisogno di prove concrete perpetrate nel tempo, ed oggi qualsiasi politico punta ad ottenere consensi nel breve periodo. Anzi, con il meccanismo dei sondaggi, si cerca di ottenere (con effetti annuncio, eclatanti, ma spesso puramente propagandistici) consensi nel brevissimo periodo, quasi immediati.
Questi effetti annuncio sono tanto più efficaci quanto più sono “roboanti” e spesso conseguentemente anche irrealizzabili in poco tempo. In questo caso si gioca molto sul fatto che la gente ha la “memoria corta”, complici anche i mass-media, e non mette mai a confronto ciò che è stato annunciato molti mesi prima con ciò che poi viene effettivamente realizzato.

Riguardo alla situazione politica recente, soprattutto sulla sconfitta del centrosinistra alle ultime elezioni, ho sentito delle analisi molto belle ed interessanti, ed anche sufficientemente convincenti, sui problemi emersi in conseguenza di alcune operazioni o in seguito ad alcuni comportamenti, ma poi non ho mai visto un atteggiamento che prendendo atto di ciò, dicesse di volersi comportare in conseguenza ed in maniera coerente a tale analisi. E’ come se ci si fermasse un attimo prima, per paura che un atteggiamento coerente porti a delle azioni sgradite: dimissioni, cambio di rotta, ammissione di errori.
La coerenza, diventa spesso un tabù da non evocare, perché può comportare mettersi concretamente in discussione, cosa che nessuno intende fare.

Eppure, anche in politica, la storia dimostra che la coerenza paga sempre, perché anche se la gente sembra apparentemente distratta e non invoca più la coerenza dei comportamenti, come sarebbe suo diritto, o non si accorge delle numerose incoerenze presenti quotidianamente, nel profondo della propria coscienza, prima o poi riconosce il merito della coerenza a chi la pratica. Sarà un retaggio della cultura cattolica, o del senso di responsabilità civica, in passato molto più presente di oggi, ma questo prima o poi avviene.
Il risultato ottenuto della Lega Nord alle ultime elezioni politiche anche nella nostra zona è il frutto, a mio avviso, anche di un atteggiamento coerente mantenuto negli anni. Non si spiegherebbe altrimenti come le Marche, dove non c’è certamente una cultura leghista, abbiano potuto eleggere un parlamentare della Lega Nord, se non per premiare una persona, o un gruppo di persone, che negli anni ha sempre sostenuto certe idee, anche quando sembravano quasi ridicole.

Allora, a mio avviso, se si vuol rifondare la politica, ricreando la fiducia della gente in questa importante funzione sociale, non si può non ripartire che dalla coerenza tra ciò che si afferma essere i propri obiettivi e ciò per cui si lavora concretamente, rifiutando quelle mediazioni, che in politica sono la prassi, che contraddicono, appunto, ciò che si è affermato di voler perseguire.
Io sono convinto che questa sia la “strada maestra” da dover seguire, anche se porterà frutto nel medio o lungo periodo; tutto il resto sono scorciatoie che non ridaranno dignità alla politica, condannandola ad essere il “servo” di altri poteri ben più forti. Quindi torniamo a chiedere ai nostri politici questa virtù, potrebbe contribuire a cambiare le cose molto di più di quello che si pensi, io nel mio piccolo cercherò di fare il possibile.
La vita e la testimonianza di La Pira, in questo senso, sono un faro che potrà illuminare questa “strada maestra”, anche se più impervia e più difficile di altre.

Gabriele Darpetti

IL VOTO, uno dei cardini della democrazia

Secondo la definizione comunemente accettata del concetto di democrazia tra gli elementi essenziali figurano due aspetti: il voto deve essere uguale, e il voto deve essere libero.
Uguale viene inteso secondo la concezione anglosassone: un uomo un voto, e libero significa conseguenza di una scelta spontanea, consapevole, fra opzioni effettivamente diverse.

Le altre caratteristiche tipiche di una democrazia sono che i governati devono essere in grado di esercitare il controllo sui governanti, gli atti dei governanti devono essere pubblici e trasparenti, ci devono essere il rispetto di procedure prederminate, e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Ma per ora ci limiteremo ad analizzare l’aspetto relativo al voto.
A detta di Massimo Fini (nel libro “Sudditi, manifesto contro la democrazia” Marsilio edizioni), nessuna di queste condizioni è rispettata nella democrazia “reale”.

A suo dire il voto non è uguale e non è libero, e cerca di dimostrare perché.
Il voto del cittadino singolo, libero, non intruppato in gruppi, si diversifica e si disperde, proprio perché libero, laddove gli apparati dei partiti, facendo blocco, sono quelli che effettivamente decidono chi deve essere eletto.
Il voto di opinione, cioè il voto veramente libero, non ha alcun peso rispetto al voto organizzato.
Afferma lo stesso Bobbio “oserei dire che l’unica vera opinione è quella di coloro che non votano perché hanno capito che le elezioni sono un rito cui ci si può sottrarre senza danni”
L’esistenza legale di lobbies e partiti è il più grave e deciso vulnus alla democrazia perché ne nega in radice uno dei presupposti fondamentali: che almeno nell’unico momento in cui partecipa realmente al processo decisionale con il voto, il cittadino sia messo su un piede di parità con tutti gli altri.

Non è un caso che i primi teorici della democrazia non facciano alcun cenno ai partiti e che fino al 1920 le Costituzioni degli stati democratici non li prendessero nemmeno in considerazione. Anche oggi, pur avendo i partiti occupato ogni ambito del settore pubblico la Costituzione italiana ne fa cenno in un solo scarno articolo, più che altro per riaffermare il diritto di associarsi liberamente. I partiti non sono l’esempio della democrazia, ne sono la fine.

In realtà nessuna democrazia rappresentativa è una democrazia, ma un sistema di minoranze organizzate che prevalgono sulla maggioranza dei cittadini singolarmente presi. E’ un sistema di oligarchie, o di poliarchie come preferisce chiamarle invece Sartori.
Rispetto alle aristocrazie storiche, chi appartiene alle oligarchie democratiche non ha qualità specifiche. La classe politica democratica è formata da persone che hanno come elemento di distinzione unicamente quello di fare politica. La loro legittimazione è tutta interna al meccanismo politico che le ha prodotte. Da qui la conseguenza che una oligarchia senza qualità, qual è quella dei professionisti della politica, non viene rispettata, e ciò ha conseguenze profonde sull’intero tessuto sociale.
Il potere che essi hanno viene percepito come arbitrario dai cittadini, i quali vi si sottomettono non perché credono nella sua legittimità o autorevolezza, ma perché lo temono o attendono da esso vantaggi, benefici, favori, clientelismi.
Il regime democratico, trasformato in un sistema di oligarchie senza prestigio e senza obblighi, si presta alla corruzione morale e materiale, sia delle stesse oligarchie che dei cittadini.

Questo porta al concetto che il voto non è libero e il consenso è truccato.
Noi non scegliamo i candidati alle elezioni, perché gli scelgono i partiti, che scelgono pure che deve essere eletto e quindi chi deve rappresentare i cittadini. Il sistema elettorale maggioritario completa l’espropriazione del potere dei cittadini e la rende sfacciata, perché il capo del partito di maggioranza della coalizione, sceglie anche i collegi sicuri per i partiti alleati e quindi sceglie anche chi deve essere eletto per gli altri partiti.
Se il cittadino non può decidere i propri rappresentanti, esso può però almeno decidere fra diverse opzioni, fra diversi partiti, fra diverse politiche, fra idee diverse: Ma neppure questo è vero.
Il potere democratico si basa, più di qualunque altro sulla parola. Nessuno riesce a controllare se da un annuncio alla costruzione della politica in esso previsto ci sia stata effettivamente coerenza, sia per la complessità dei percorsi, sia per il tempo che passa tra un annuncio e la sua effettiva realizzazione. Inoltre ci si mettono di mezzo i mass-media ad aumentare la confusione, anziché aiutare i cittadini a capire. In più molto spesso tali mezzi “definiti appunto strumenti del consenso”, sono controllati dalle stesse oligarchie politiche, o da oligarchie economiche collegate a quelle politiche in un intreccio poco rassicurante.

Il flusso del consenso non va quindi dal basso verso l’alto, come vorrebbe la teoria democratica, ma dall’alto verso il basso, per il condizionamento dei media.
Che anche l’alternanza al potere sia una delle tante finzioni di cui si nutre la democrazia è particolarmente evidente nei sistemi bipolari o bipartitici, composta da un indifferenziato ceto medio, dove tutti i partiti sono a favore di quel libero mercato che, insieme al modello industriale, è il meccanismo che detta le condizioni della nostra esistenza.
In mancanza di vere alternative questo enorme ceto medio si divide fra destra e sinistra con la stessa razionalità con cui si tifa Milan o Inter.
Infatti vinca il Milan o l’Inter è sempre lo spettatore a pagare lo spettacolo. Quanto ai giocatori, ai vincitori andrà la parte più consistente del bottino, ma anche ai perdenti non mancheranno consistenti premi di consolazione.

La classe politica è in pratica l’unica classe rimasta sulla piazza, è una nomenclatura il cui obbiettivo principale è l’autoconservazione, il mantenimento del potere e dei vantaggi che vi sono connessi.

Gabriele Darpetti